|
Giulio Greco: “De gener-a-zione dell’attraversamento”
"Tentativo
di interpretare una triade di quadri sulla base di alcuni colloqui
con l’artista"
Primo approccio tramite una riflessione sugli aspetti formali
Tre
quadrati grandi, densi di colori che vibrano, di strutture della
superficie che emergono, di materialità palpabile: quadri
ovviamente, riconoscibili le immagini fissati su fondo bidimensionale,
gli allineamenti semplici, anzi riduttive di tre figure umane in
movimento; infine le cornici che tagliano senza complimenti, come
col coltello d’un impietoso e barbaro matematico coatto, la
vivacità dinamica delle linee e l’espansività
fuorviante dei colori.
Sembra che l’autore di un’infinità di opere dedicate
all’altrettanto sconfinato argomento del “l’attraversamento”,
del passaggio, del latino “trasgredi”, abbia, questa
volta, fatto violenza a se stesso e alla sua appassionata sperimentazione
dell’andar oltre, confinando così brutalmente i manifesti
prodotti della sua immaginazione. Niente più viaggiatori
icariani a cavallo delle cornici, pronti a lanciarsi nel nulla della
parete di fondo, nessuno steccone carontico e sporgente (magari
la spina d’un istrice) che funga da elemento sensualmente
decifrabile, da valico materializzato che ci aiuti ad entrare nell’opera
e che ci permetta di apprezzarne la sua poesia e qualità
palpabile.
Quei tre quadri invece sembrano essere, a prima vista, composizioni
molto più semplici nella loro strutturazione formale: tre
piani di tela, trattati e “disegnati” sì con
i soliti mezzi e le consuete tecniche lavorative preferiti dall’artista,
ma Greco stavolta non si concede, all’interno del piano bidimensionale,
alcun’allusione ad una spazialità profonda o a strutture
traboccanti. I quadri sono quadri e basta: estensioni di forma quadrata
che si portano addosso una semplice bidimensionale configurazione
concreta fatta di linee e piani colorati, la quale d’altronde
rimane più o meno la stessa per tutte e tre le tavole: una
figura umana, si presume di sesso maschile, in azione movimentata,
di cui si vede la testa, le braccia, il corpo e parte delle gambe
–una specie di fotografia istantanea, di “flash”,
fatta con una di quelle macchine da quattro soldi che dopo qualche
minuto di magia elettronica ti sputano le loro povere riproduzioni
naturalistiche sul tavolo: oggettivazioni visive pronte e autentiche,
ma formalmente sull’orlo del banale, del ripetitivo, dell’artisticamente
sterile. Dobbiamo credere che l’artista abbia commesso una
specie di amputazione autolesiva alla sua ben nota e ricercata creatività?
Certo, i materiali e i colori adoperati sono altamente sensuali
come sempre nelle opere di Greco: ruvida tela da sacchi, fili variopinti
cuciti sul fondo dei quadri, colori intensi ma senza lucidità
acrilica, colori che non sanno di atelier e di tavolozza sottile,
ma che sembrano essere rubati e distillati direttamente da terre
vulcaniche, dalla nebbia autunnale, da acque che portano con sé
il bluscuro e il grigio delle profondità rocciose dalle quali
stanno sorgendo. Per questo tutto potrebbe essere come sempre: la
solita festa poetica per i sensi che ci offre l’artista buonaccione.:
l’occhio gode e il senso tattile anche. Guai al gallerista
che per qualche ossessione artistica od economica ci mette il cartello
“Divieto di toccare!”. E sentiamo sussurrare la voce
maliziosa di qualche critico o collega poco amico: “Greco
-l’artista per adulti con bambini. Uno che accarezza anziché
graffiare. Caro zio Giulio!”
Dall’aspetto formale a quello relazionale tra l’artista,
l’opera e lo spettatore:
Chissa.
Magari qualcuno l’ha veramente detto o pensato dopo aver visto
l’ammassata qualità e quantità dell’ultimo
ciclo di dieci(!) quadri dedicati all’argomento dell’attraversamento.
E all’artista sarà arrivata qualche parolina avvelenata.
Tanto è vero che lui stesso dice di questi quadri nuovi che
essi siano frutto di un periodo di intense riflessioni anche autocritiche
e di una maturata determinazione di rischiare l’ennesima volta
di fare un passo in terreno artisticamente nuovo. E infatti, il
suo derivato l’abbiamo, in senso letterale, davanti agli occhi:
qualcosa stona la contemplazione idilliaca dei quadri, guasta la
festa dei sensi innocenti e fa sì che le dita già
strette verso il tavolo per toccarlo si fermino e si ritirino. Questo
qualcosa di mezzo è una pietra, un sasso, ben noto quale
elemento e materiale nell’opera di Greco, ma sinora mai adoperato
in una composizione da quadro: Tante sue opere vedono pietre e pezzi
di legno, corna di animali o altri materiali in un connubio sereno,
elementi tra di loro diversi, armoniosamente messi insieme come
se fossero fatti per ritrovarsi qui, finalmente realizzati come
meglio non si può, sia in contrasto sia in affinità
di colori, forme o materialità.
Stavolta però c’è da irritarsi: abbiamo un sasso
per ogni quadro, posizionato più o meno davanti al suo centro
e cucitogli addosso con fili grezzi e variopinti, i quali sembrano
essere stati così fortemente stretti ed allacciati attorno
alle pietre da aver inciso vistosamente e dolorosamente nella loro
carne. L’aspetto sa di violenza fisica e armata. I sassi sembrano,
per così dire, fin troppo reali, solidi, duri, di una superficie
malignamente chiara e liscia che ricorda la pelle di un proiettile
vivente che sta per urtare il quadrato nel suo centro e, perforandolo,
distrugge l’immagine sulla sua superficie come fa un sasso
lanciato contro lo specchio d’acqua di un lago calmo. Certo,
i sassi sono fissati con le corde sul fondo dei quadri, cuciti bene
bene con queste funi vistosamente robuste e variopinte sulle tele
come se essi fossero bottoni su una camicia: l’artista ha
fatto tutto, sul piano visivo, per evitare qualsiasi dubbio di voler
illudere gli occhi dello spettatore con un tromp d’oeuil.
Eppure rimane difficile sopprimere il pensiero, appunto, e non l’impressione,
che qui qualcuno abbia veramente lanciato un sasso contro quella
entità che è costituita dalla tavola e dalla sua superficie
immaginativa.
Ecco il vero elemento irritante della situazione davanti a questi
quadri: chi sia questo qualcuno è purtroppo evidente: il
testimone oculare stesso si trova sul luogo del delitto e nella
posizione del lanciatore dei sassi. Come fai allora, rimanere indifferente
o a distanza sicura, fuori dal gioco, mentre la tua mano si sta
lentamente nascondendo? Stavolta, zio Giulio t’ha fregato
in maniera molto subdola: questi suoi quadri hanno abbandonato l’innocua
passività dell’esibizionismo poetico, hanno rinunciato
alla facile paga narcisistica che è l’applauso e l’elogio
dei tanti, per poter coinvolgere lo spettatore quale protagonista
dello scenario e fare di lui un assassino d’arte. Cattivo
‘sto zio, e molto, ma molto bravo nell’esserlo.
De-gener-a-zione dell’attraversamento – tentativo
di spiegare un gioco di parola dell’artista
Sarebbe
questa la “Degenerazione dell’attraversamento”?
–degenerazione intesa come tramonto di un concetto, di un’era
creativa in una specie di suicidio/omicidio artistico, organizzato
dallo stesso artista e realizzato tramite il suo cliente? Un ulteriore
happening ed acting out con autodafé finale, frutto tutto
questo magari d’un tragico cedimento alla voce di qualche
critico annoiato, vittima della propria limitatezza mentale che
sosterrebbe che l’argomento dell’attraversamento ormai
sia esaurito, “out” e con esso la creatività
dell’artista? La domanda è retorica, naturalmente,
polemica anche (contro i critici), e la risposta è “No!”
Quel che rimane sul campo non è affatto l’artista e
neanche il suo soggetto preferito, ma invece -irritata, destabilizzata
e, speriamo bene, in grado di riprendere- l’aspettativa nostra
(gli spettatori, i clienti, gli ammiratori e i gelosi ed invidiosi)
dinanzi al quadro e alla sua consueta lettura e consumazione incosciente.
L’attraversamento inteso come mutamento, come crescita, come
curiosità e coraggio di mettere insieme cose note in modo
diverso e cose nuove in assetti tradizionali, è un proprium
della creatività dell’uomo che si manifesta nel gioco
infantile come nella produzione industriale, nella scienza e nelle
belle arti. Così la ”Degenerazione dell’attraversamento
non può essere altro che un ironico gioco di parole, una
geniale creazione di un paradosso verbale che lo stesso artista
si appresta a chiarire, spezzando la consueta unicità della
prima parola la quale, infatti, non dà senso alla frase ma
anzi ne costituisce il senso paradossale, in frammenti che, essi
sì, lasciano intravedere ed indovinare un significato risolutivo
all’intero contesto che però capovolge nettamente la
presunta tendenza originale: dalla degenerazione intesa come decadimento,
crollo, morte lenta, si passa a balbettare: del generare un’azione
per poi passare coraggiosamente ad un “Dell’azione che
genera l’attraversamento”. Siamo sorpresi? Un po’.
Meno male.
Ma,
concretamente che cosa ha fatto l’artista, l’artigiano,
qual è stato il suo trucco per farci cadere così platealmente
nella sua trappola?. Innanzitutto, come conviene fare ad ogni artista
sottomesso al giudizio di chi si sente chiamato a giudicare, anche
Giulio Greco ha semplicemente alzato il livello della sfida: egli
ha ristretto ancora di più i suoi mezzi e li ha esposti ancora
di più agli occhi dello spettatore: paragonando la triade
“De-gener-azione dell’attraversamento” con opere
precedenti possiamo constatare che il tema dell’attraversamento
a riguardo della bidimensionalità e dei confini laterali
(cornice) dei quadri è stato rigorosamente abbandonato, o
meglio: l’impetus ha cambiato direzione: adesso la dimensione
di attraversamento dei confini dei quadri non è più
sulla stessa linea con il livello della tavola, sporgendo oltre
la cornice verso destra o sinistra, alto o basso; ma va, in uno
slancio di intenzionalità e dinamica veramente interattiva
verso lo spettatore. Tale approccio aggressivo, tale (ancora una
volta:) attraversamento della distanza fisica e mentale tra quadro
e spettatore però, non avviene tanto per via di una elaborata
tecnica di pittura (tipo: tromp d’oeuil, tipo: plasticità
tridimensionale della superficie) quanto attraverso un trucco psicologico
nel quale il sasso cucito sulla tela funge da trasmettitore in ambe
le direzione: da un lato “esce” vistosamente fuori dalla
bidimensionalità della tavola e sporge verso lo spettatore,
ma negli occhi e nella mente di costui, la dinamica subisce una
specie di testacoda: ora il sasso “mira” verso il cuore
del quadro, lo minaccia in quanto proiettile e simboleggia l’imminente
impatto con la superficie e la consecutiva distruzione dell’immagine
umana estesa su essa. ‘E così che, involontariamente
e forse malgrado sé lo spettatore si trova all’improvviso
coinvolto quale protagonista nel presunto contesto logico che la
sua stessa intelligenza proiettiva ha attribuito agli oggeti davanti
ai suoi occhi, anzi grazie a questa sua, direi io, inevitabile elaborazione
mentale della scena e (naturalmente) grazie a questa tanto genialmente
spiritosa quanto generosa idea di Greco egli diventa co-autore della
dinamica e del significato dell’opus.
Detto
questo, occorre aggiungere un’altra riflessione che riguarda
la sempre aperta problematica dell’evaluazione e dell’attribuizione
di senso ad un opera d’arte: con questo coinvolgimento forzato
ed immediato (= non mediato) dello spettatore nella dinamica e nella
lettura comprensiva del quadro, Giulio Greco è anche riuscito
a spingere i criteri di qualità ed espressività artistica
e della loro evaluazione attraverso terzi verso un impatto tra spettatore
e quadro tale da far sorgere con grande purezza ed evidenza l’idea
chiave, se volete: aristotelica, della sua curiosità e ricerca
appassionata: comprendere l’attraversamento come parte integra
della conditio umana: l’attraversamento come azione e attimo
sfuggente, come trapasso che dura un momento solo, al quale non
appartiene la facoltà di durare, ma che genera, in quella
particella che egli riesce a ritagliarsi dal tempo che passa, un
cambiamento di fatti, di significati, di conseguenze che, essi sì,
perdureranno e manifesteranno i loro effetti, edificanti o distruggenti
che siano. E nientemeno è stata l’ambizione di Giulio
Greco che ritrarre, fissare e far capire tale attimo, tale azione:
l’attraversamento allo spettatore invitandolo ad avvicinarsi
ad occhi aperti al suo quadro. Sarebbe questo un ulteriore significato
(semi-)nascosto nel criptico titolo a sillabe spezzate che l’autore
volle per il suo trittico: mediare un’azione mentale che in
un attimo genera l’idea di un’azione vera e introduce
così nella comprensione del pensiero di un altro essere umano
che sarebbe l’artista: attraversamento dello spazio mentale
fra due individui.
Il livello narrativo:
Sentiamo
dunque che cosa avrebbe da dirci Giulio Greco, una volta superata
la distanza di tale spazio. Infatti, per lui il progetto del trittico
ha un sottofondo storico e concreto che va narrato perché
l’opera stessa ci fa riferimento senza però “citare”
elementi visibili e semeioticamente sufficientemente significativi
da permettere un accesso a tale dimensione: i tre quadri sono stati
concepiti per una mostra dedicata al ricordo di Filippo IV di Francia,
detto “Il Bello”, che visse dal 1268 al 1314. Fu su
richiesta sua che Papa Clemente V. decise nel 1307 di sopprimere
e nel 1315 di abolire e sciogliere il potente, ricco ed ecclesiasticamente
poco accondiscendente Ordine dei Templari, protettori del Sepolcro
di Gesù e dei pellegrini cristiani in Terra Santa; Filippo
Il Bello realizzò tale soppressione in Francia in maniera
estremamente crudele ed efficace, approfittando naturalmente dei
beni confiscati. Giulio Greco attribuisce ai Templari il significato
di una elite di individui che cercano di realizzare ciò che
a lui stesso è così importante: l’attraversamento
o meglio: il restare e vivere nella dualità di zone, dimensioni,
compiti ed identità confinanti e contrastanti: essere rappresentanti
di cultura occidentale nell’oriente e trafficanti di saggezza
e cultura araba in Europa, essere guerrieri e uomini di Gesù,
capaci di adoperare la spada e la parola, dichiararsi cristiani
ma in contrasto con la Santa Sede, difendere terre, ma anche lo
spirito, vigilare su una tomba che simboleggia la vittoria della
vita, essere forti in quanto soldati con un volto individuale ciascuno
e non un’armata, e al tempo stesso deboli proprio per questo
in quanto vittime di una congiura mondano-ecclesiastica tra Filippo
IV e Clemente V la quale finirà con lo sterminio uno a uno
torturando corpo e anima del singolo individuo fino alla morte.
Permettiamoci, a questo punto, di ricordare il fatto biografico
che Giulio Greco è nativo di un piccolo paese nel Cilento,
zona della Campania che dai primi insediamenti di esseri umani sulla
penisola italiana in tempi prestorici ha conosciuto lo scontro,
il susseguirsi e la convivenza più o meno sanguinosa, più
o meno feconda di tutti i popoli di cultura espansiva del mediterraneo.
Facile capire che lo scopo e l’ìdentità audacemente
ambigua dei templari abbia lasciato un’impressione profonda
sull’artista e l’abbia spinto ad attribuire a loro un
valore e un significato altamente simbolico. Ed ecco che Greco ha
deciso di riportare in casa di Filippo Il Bello i suoi antichi avversari,
i fantasmi delle sue vittime come se l’artista fosse il guardiano
di una coscienza e di una memoria storica, in grado di risvegliare
e rievocare ricordi ed immagini del passato e farli ritornare in
Francia in veste di incubi d’arte ad irritare la bella festa
culturale: i templari sono ritornati! Vae victoribus!
Alt. Alt e calmi tutti. Giulio Greco non è un camuffato fautore
della guerra né della vendetta. Non dobbiamo dimenticare
della pietra nel cuore dei quadri. Non dobbiamo dimenticare della
loro strana inquadratura feroce e dei colori così vibranti
ma al tempo stesso quasi cupi. Questi fantasmi sono sotto controllo
e sono sempre legati al loro triste destino dal quale non possono
evadere né staccarsi. Così, la loro materializzazione
visiva suoi quadri non li vede dotati di corpi veri, di colori vitali,
di spazi ampi e liberi; l’artista non ci confronta con immagini
naturalistiche, non ci introduce in un film d’orrore, ma ci
fa vedere qualcosa di natura molto più sottile, sfuggente
e pressochè immateriale –degna ed idonea a ricordarci
vite spezzate e andate ormai nell’aldilà –e ancora
una volta ci accorgiamo come di nuovo tutto entra in un discorso
dell’idea dell’attraversamento: Giulio Greco vuole i
suoi quadri come riflessi di figure umane su una superficie d’acqua
giusto in quel momento ultimo di completezza e visibilità
integra, sensata che precede l’urto di un sasso lanciato contro
la stessa superficie e che distruggerà, nell’attimo
seguente, l’illusione di un’immagine vera, di un incontro
reale. Dopodiché rimarremo meravigliati, irritati, scossi
e magari con qualche antico ricordo in più, come succede
a volte, quando ci svegliamo di buona mattina da un sogno pesante
che si scioglie in un attimo dinanzi all’insorgere della solita
ragionevolezza diurna, ma che lascia, in questo giorno, con un elemento
di indugio umano che ci impedisce di alzare, nervosi, stressati
ed irascibili come siamo, la voce o la mano contro il prossimo per
una nullità.
Approcci psicoanalitici:
Lo
specchio della superficie d’acqua è noto come un elemento
prediletto di tecniche ermeneutiche e quindi anche della psicoanalisi.
Basti pensare il mito di Narciso e il significato simbolico dell’acqua
nell’interpretazione psicodinamica dei sogni. Proviamo quindi
a non essere né banali né forzatamente spiritosi.
‘E fin troppo facile attribuire ad un artista una problematica
narcistica che si manifesti, coscientemente o inconsciamente che
sia nelle sue opere. Permettete che io, in questo caso(?) capovolga
la solita ricerca di difetti o problematiche irrisolte nella personalità
dell’artista e parli invece di un suo aspetto possibilmente
maturo e cosciente: Greco vuole i quadri di questa triade come riflessi
di una figura umana su una superficie d’acqua. Conclusione
logica: c’è qualcuno chi ci si rispecchia dentro. I
templari. Sì, ma i templari sono morti; essi servono all’artista
quali ideazioni e rappresentanti di pensieri suoi, e quindi vediamo
il riflesso dello stesso artista sulle tela. Allora sì che
è un caso di narcisimo? Magari addirittura uno di quelli
gravi di personalità disturbata con elementi autolesivi,
suicidali, masochistici visto che finisce che lui per forza si becca
una pietra in pancia e tutta l’auto-immagine distrutta e sciolta
in un attimo? Conoscendo il soggetto (un po’) direi di no.
Direi piuttosto che qui un artista si espone veramente, ad occhi
aperti, al problema del narcisismo, nel senso che egli riflette
autocriticamente sul percorso del suo iter professionale, sulla
limitatezza dei suoi mezzi e della sua creatività, sulla
necessità di rimanere un partner leggibile, raggiungibile
per i suoi prossimi e per i suoi clienti, senza fare concessioni
alla moda, al senso comune, alla convenzione mediocre, sulla necessità
di rompere in tempo con abitudini consueti e configurazioni di routine
per tenere la propria mente in moto. Alla fine l’artista sceglie
un metodo antichissimo per mettersi alla prova: l’autoritratto
camuffato, mascherato, l’allegoria decifrabile solo per chi
ha un minimo di interesse vero di conoscere l’artista e capire
ciò che egli fa e intende, tanto: sono questi gli uomini
che contano, no? E con questo autoritratto l’artista si rivolge
al pubblico, anzi va ad esibirsi proprio nella casa di colui che,
sul livello allegorico, sarebbe (stato) l’avversario diretto
del protagonista. Non mi pare che questo sia l’atteggiamento
di un malato o di uno stupido, ma anzi il passo coraggioso di un
uomo cinquantenne con la testa di un ottimo italiano, con il cuore
di un vero meridionale e con uno spirito in ricerca del suo Creatore.
Ingo
Stermann, 1999
De-gener-a-zione dell'attraversamento ©
|