AGGIAVULÀ
Quando ho provato a scrivere alcune mie impressioni sul lavoro di
Giulio Greco "Aggiavulà", ho avuto puntualmente
la sensazione che stavo per farlo con troppo anticipo, che avevo
ancora bisogno di un po' di tempo per poterne meglio individuare,
precisare, approfondire i molti significati. In realtà, ho
poi dovuto ammettere, mi piaceva molto più leggerlo e rileggerlo,
mandarlo a memoria e recitarlo che impegnarmi a renderne espliciti
alcuni temi.
"Aggiavulà" si propone come un racconto quasi interamente
in versi, ed in dialetto, delle vicende personali dell'autore: sembra
esprimere il suo bisogno, in un certo momento della propria vita,
di fare il punto, di fermarsi a ricordare e a raccontarci il suo
percorso interiore e reale, di fissare le tappe più significative
di questo percorso valutandone e commentandone gli approdi. Ma "Aggiavulà"
è prima di tutto un susseguirsi di suoni e di colori, pochi,
semplici, puri, che si accostano, si contrappongono, si sostengono
e si avvicendano a determinare scenari sorprendentemente sempre
nuovi e suggestivi. Un'opera scritta in dialetto che parla tutte
le lingue, una vicenda personalissima che è la storia di
tutti. È una musica, un dipinto, fatti questa volta di parole.
Un'opera per la quale non abbiamo interesse a definirne il genere
letterario, ma è certamente poesia, se la poesia è
saper tradurre i sentimenti in immagini e ritmo; che non ci richiama
ad un atteggiamento intellettuale, ma che ci dispone ad un ascolto
attento, partecipe, emozionato.
E vediamo subito l'autore di fronte alla grande prova dell'esistenza,
quella più entusiasmante e temibile, che più lusinga
e spaventa, ma comunque ineludibile, ed un confronto con la quale
la vita pretende da tutti e tutti obbliga. È il percorso
problematico e mai veramente concluso della conquista della propria
indipendenza; è quel partire che significa dover crescere,
affrontare separazioni e perdite, maturare e fare scelte.
Ma questo compito, aggiunge, ha avuto per lui un percorso ancora
più penoso, se possibile, perché ha dovuto prendere
il via da un contesto che poi preciserà, è quello
di un nido capovolto ("'nu niru ggiratu").
Il nido capovolto provoca il più crudele degli inganni, perché
illude e disillude costantemente: si propone come luogo di accoglimento,
ma poi, di fatto, respinge chi vi cerca conforto e riparo. È
un oggetto che ha invertito la propria funzione, che svolge un ruolo
opposto a quello che il suo concetto gli assegna. Così intrappola
i suoi figli in un equivoco estenuante e li costringe, senza risparmiarne
nessuno e ossessivamente, a tornare e di nuovo a partire senza sosta.
Il contesto è quello di un paese del Sud che non sa offrire
occasioni e riconoscimenti ("Aggiavulà" potrebbe
essere un testo particolarmente stimolante per i giovani del Cilento
e di ogni Sud), ma, più in generale, allude a quelle tormentate
vicende interiori che si innescano quando i bisogni fondamentali
dell'uomo non hanno trovato, in un rapporto primario, ascolto e
risposte; in questo senso assume allora un significato universale.
La simbologia del nido non è certamente nuova e molti sono
i significati che di volta in volta gli sono stati assegnati (ricordiamo
per tutti il Pascoli), ma qui ha un impiego originale ed interesante
per la luce che sa gettare sugli sviluppi successivi.
L'animo dunque, così imbrigliato in questo inestricabile,
illogico paradosso si tormenta nel paralizzante tentativo di darsi
una risposta. Partire non è più dolore e sofferenza
di dover lasciare affetti consolidati e appigli rassicuranti, e
comunque mitigati da una progettualità mediata, ma è
costrizione ingiustificata e immeritata, una sorta di esilio che
trascina dietro di sé il sentimento di un torto subito, dell'ingiustizia,
della rivincita, del risarcimento, della nostalgia.
Nel seguire la vicenda si scopre che per l'autore, inaspettatamente,
si va profilando la possibilità di una soluzione insperata:
accompagnarsi alla luna, che dell'esilio è maestra e regina.
Eccola lassù che vaga nel cielo, al riparo da ogni tormento,
distante e distaccata, trionfante ("vanitusa") e compiaciuta
di se stessa ("comi 'na ciglia ri 'nu sguardu ca si voli vìri
idda stissu"). In preda ad uno stato di eccitamento per la
via d'uscita intravista, tenta di farsi riconoscere inscenando un
corteggiamento grottesco e commovente, ma non ottiene risposte,
e, al culmine della disperazione, perché ormai la soluzione
non può più essere rimandata, il salto nel vuoto.
L'impresa riesce, ce la fa ad aggrapparsi ad un filo della sua luce;
è salvo, e può assaporare tutto il sollievo per una
scelta decisiva finalmente presa.
Da questa nuova prospettiva può rivedere e riconsiderare
tutto e tutti, compreso se stesso. Però, man mano che porta
avanti, giudice impietoso, questo processo di revisione, minuziosa
e fortemente critica, si deve render conto che il successo è
stato solo parziale. Si fanno sempre più evidenti i limiti
di questa separazione. Si è infatti stabilita assieme ad
una nuova certezza anche una nuova dipendenza ("iu priggiunieru
e latru…"), ed il filo di luna che ha tanta parte nella
produzione dell'artista, non potrà più essere abbandonato.
Sarà l'arma del guerriero, l'asta per mantenere l'equilibrio
negli "Attraversamenti", il metro che "faci paraùni".
E poi c'è sempre "'n'andìcu amuri ca chiama"
ad ostacolare questo processo e a far sì che non arrivi mai
ad un suo compimento. Anzi, la colpa per gli attacchi portati, trasforma
quella che voleva essere una critica obiettiva in una sorta di chiarimento,
di confronto privato ("sulu…chi è custrittu ri
si nni ì teni dirittu…", sentenzia l'autore).
D'altra parte aveva già fatto osservare che la bBazia è
un libro capovolto che può essere letto solo dal di sotto,
da chi affonda le proprie radici in quella terra, ma che è
assolutamente muto e indecifrabile per chi intenda giudicarlo dal
di fuori.
E allora è richiesta una prova ancora più radicale,
la più radicale: quella che comporta la dissoluzione addirittura
del nome ("… 'nu juornu nuovu senza nomi comi 'nu criaturu
ca nasci"). Quale sia la portata di questa esperienza possiamo
capirlo ricordando come ne "Il fu Mattia Pascal" di Pirandello,
al culmine del proprio smarrimento il protagonista non riuscisse
a ricordarsi più nulla, salvo che si chiamava Mattia Pascal.
Dunque, si offrono all'attenzione temi sempre più interessanti
in questa vicenda che nella realtà si dispiega e si conclude
seguendo la linearità del tempo, un prima e un poi, ma che
nell'animo del poeta si consuma in una circolarità, o meglio
in un pendolarismo: in quel pendolarismo la cui spazializzazione
ci rende ragione del perché "G. Greco vive e lavora
fra la Toscana e il Cilento".
Questo contributo è ovviamente solo una traccia di una delle
molte possibili letture di questo componimento, e non va al di là
di un'esposizione sommaria di alcuni suoi aspetti. D'altra parte
non era mia intenzione offrire qui quell'analisi approfondita che
l'opera merita ampiamente, ma testimoniare soprattutto il mio personale
interesse e apprezzamento per il lavoro di questo artista.
Ritengo "Aggiavulà" un'opera ricolma di "trisori
assuttirrati" che saprà ripagare a piene mani la curiosità
e la sensibilità dei lettori.
Mauro
Ricci
Presentazione a Aggiavulà, 1999
DE-GENER-A-ZIONE
DELL'ATTRAVERSAMENTO
Ho preso visione delle opere di Giulio Greco per la prima volta
da un depliant. Mi sono apparse sorprendenti. Non era dato modo
di poterne apprezzare gli aspetti tecnici di realizzazione che pure
apparivano il risultato di una prolungata ed ispirata ricerca.
Capita raramente, a chi si occupi di archeologia, la circostanza
di poter rinvenire reperti ancora integri e così ben conservati
tali che l’osservatore può rendersi immediatamente
disponibile sul piano emotivo, senza l’obbligo di un lavoro
preliminare di ricostruzione, il quale attiverebbe di necessità
tutta una serie di concettualizzazioni. In questo caso si è
stati particolarmente fortunati perché l’artista è
riuscito a recuperare nel suo lavoro di scavo ben tre “fossili”
di guerrieri, che, se singolarmente già si prestano ad un
appassionante lavoro di interpretazione, nella serie, ci offrono
una prospettiva assolutamente affascinante.
L’artista ce li presenta così come gli si sono offerti
e li ha trovati dentro di sé, senza nulla aggiungere nell’obbligo
di reintegrare le parti mancanti. Intuizione ed espressione si legano
in un rapporto diretto, immediato, proprio con quelle modalità
nelle quali il Croce credeva si dovesse individuare l’essenza
della vera arte.
In effetti, questi “reperti” non ci stimolano di primo
acchito a trovar loro una precisa collocazione storica, non è
in questo gioco che ci sentiamo coinvolti; il loro valore primario
non sembra risiedere nei contenuti informativi che è capace
di offrirci, anche se fanno ritenere si tratti di informazioni decisive.
Non c’è dubbio che si tratti di guerrieri “pre-socratici”
in senso nietzschiano: è nel periodo “dionisiaco”
che certo avremmo immaginato di poterli incontrare. Il loro valore,
dunque, sembra rimandare ad una dimensione metastorica; un tema
comune che li unisce: insieme gettano uno sguardo sull’esistenza
dell’uomo.
Si diceva che eravamo stati fortunati. Non sappiamo infatti, per
quanto altro tempo ancora avremmo potuto cogliere questo rapporto
fra il guerriero ed il suo cuore; ancora un po’, e questo
legame si sarebbe reso indecifrabile, ed allora davanti agli occhi,
avremmo avuto uno dei tanti reperti più o meno interessanti,
più o meno significativi.
“Un cuore di pietra”: ecco di cosa è fatto un
guerriero, la sua intima essenza.
Non solo; ci è possibile cogliere nella successione delle
figure anche la sua evoluzione ed i suoi esiti.
Un primo cuore spaccato, scoppiato, che non ce l’ha fatta;
un secondo diviso ed infine, un terzo che ormai è diventato
indistruttibile mentre ha perso sempre più le sue caratteristiche
anatomiche e meglio degli altri ha saputo “pietrificarsi”.
Tutto questo mentre lo sfondo delle passioni e delle emozioni si
attenua e si rende imperturbabile.
Così dunque, i guerrieri di un tempo lontano; così
forse, l’eterna vicenda della vita degli uomini.
Mauro
Ricci
De-gener-a-zione dell'attraversamento, 1999
PELLE DI LUNA
“Pelle
di luna” è il titolo che Giulio Greco ha voluto dare
a quest’opera che, dirò subito, ho trovato potentemente
efficace nella sua essenzialità.
L’impatto con il dipinto è certamente duro, difficile,
comunque tale da suscitare per lo più una iniziale sensazione
di smarrimento e di indisponibilità per motivi che ho pensato
successivamente di voler approfondire. In effetti l’autore
stesso mi ha confermato un analogo disagio in quanti ne avevano
preso visione a vario titolo, e che aveva dovuto registrare, un
po’ sorpreso e un po’ dispiaciuto, un atteggiamento
di sostanziale rifiuto e indifferenza nei confronti di un lavoro
che lui aveva sentito di valore ed altamente significativo sul piano
personale. Che non gli venisse riconosciuto alcun significato degno
di nota deve essergli risultato sempre inaccettabile: questa, credo,
la ragione di quel particolare sentimento, un misto di entusiasmo
e riconoscenza, che ho potuto osservare quando gli è parso
che io gliene attribuissi e di importanti.
Il tema affrontato è ricorrente nella produzione artistica
dell’autore che, a più riprese, ne ha accentuato, complicato,
sviluppato i vari elementi costitutivi. Ho ritenuto che questo fosse
il più rappresentativo in quanto, a mio parere, in “Pelle
di luna” ha saputo conservare, isolandoli, gli aspetti di
maggior senso presenti in alcuni di questi dipinti, anticipando
soluzioni che poi avremmo trovato in altri.
L’interpretazione di ogni opera d’arte consiste in quell’ineffabile
e imprescindibile gioco di rimandi fra il soggetto e l’oggetto,
fra le sue parti e il tutto, attraverso una infinità di sollecitazioni
e perplessità, fra convinte soluzioni e indefinizioni sconfortanti.
Nel mio rapporto con il dipinto alcune conclusioni mi sono apparse,
ad un certo punto, una risposta capace di soddisfare, almeno in
parte, quell’esigenza di comprensione che il lavoro mi aveva
inizialmente suscitato.
Veniamo allora al dipinto.
Uno sguardo attraverso la finestra aperta sul mondo; sul davanzale
della finestra due germogli; ai lati estremi del davanzale, al di
sotto e al di fuori, le radici. La tela evidentemente ispessita;
il colore grigio omogeneo su tutto il lavoro.
Ma quello che appare è un universo chiuso, murato, asfittico
e asfissiante: forte è il senso di oppressione che il quadro
rimanda. È un mondo che ha perso profondità, trasparenza,
penetrabilità; è statico e invalicabile. Le stelle
appuntate e opache hanno interrotto quel loro fraseggio di luci
che solitamente vivifica e rende pulsante il cielo. I germogli sembrano
gridare l’angoscia straziante di questo stato; non trovano
né luce, né aria, ma minacciati nella loro esistenza
e sopravvivenza tentano disperati di trovare una via d’uscita
da questa situazione assolutamente insostenibile.
L’ispessimento della tela è scoraggiante rispetto alla
possibilità di individuare un qualche varco attraverso il
quale mettersi in salvo. Così le radici tentano di aggirare
l’ostacolo del davanzale e cercano faticosamente una soluzione
affondando nel niente. Ma non solo non è possibile entrare
in questo universo, ma l’universo stesso sta superando il
limite della finestra; il dentro ed il fuori stanno perdendo ogni
differenziazione, lo spazio si sta annullando per diventare un tutt’uno
disperante. I germogli sono gole urlanti inascoltate (ci ricordano
il “rispunnìa sulu ’nu cielu senza paroli”
di “Aggiavulà”) alle quali manca uno spazio fisico
per poter crescere e svilupparsi. Un universo sordo che non ci può
ascoltare, e che non può neppure vederci: qui Giulio Greco
ci offre davvero una soluzione straordinariamente efficace ed originale
attraverso la proiezione sulla tela del colore di un occhio malato,
velato, opaco che ha perso la sua funzione.
Il Leopardi aveva saputo mirabilmente rappresentare il tema dell’infinito
con l’immagine della siepe oltre la quale si apriva un universo
sconfinato in cui l’immaginazione ed i pensieri potevano espandersi
senza ostacoli. Uno spazio illimitato capace di farci rabbrividire,
di entusiasmarci e farci smarrire al solo intuirlo.
Lo spazio inteso dunque non solo e non tanto come lo spazio fisico
nel quale potersi liberamente muovere, ma come lo spazio psichico
nel quale si espande e vive la nostra vita mentale.
Il rapporto fra spazio interno e spazio esterno è stato magistralmente
affrontato da Magritte nel suo quadro “Le faux miroir”
del 1928, nel quale cogliamo il continuo rinvio dell’uno all’altro
senza mai poter concludere se il cielo rappresentato sia interno
all’occhio o riflesso sull’occhio.
Ebbene in questo dipinto si assiste all’annullamento, alla
perdita totale, definitiva dello spazio mentale. Non più
la siepe che limitando lo sguardo rinvia ad un universo infinito;
la barriera questa volta è rappresentata dall’universo
stesso, oltre il quale, dunque, non c’è e non può
esserci che il disarmante nulla. È una soluzione estrema,
la più radicale. È proprio la chiusura dello spazio
psichico che ci viene drammaticamente proposta in quest’opera;
i germogli altro non sono che pensieri, ed è il mondo dei
pensieri che si è fermato: stagnante e responsabile di una
inesprimibile e devastante sofferenza. Dunque una struggente rappresentazione
del vissuto depressivo, una formidabile descrizione dell’inibizione
del pensiero, della sua ripercussione sul piano fisico con senso
di una pesantezza ingombrante e di una profonda costrizione, del
sentimento del tempo che immobile, che non passa mai e nega ogni
possibilità di infuturarsi.
Il davanzale è il limite fra il dentro e il fuori, fra il
mondo interno e il mondo esterno, fra l’inconscio e la coscienza;
è anche il passaggio fra il sonno e la veglia, momento durante
il quale l’attività psichica è da tempo e da
molti individuata come fonte dell’ispirazione artistica: nel
nostro caso significa allora anche arresto della creatività.
D’altra parte che il culmine della depressione si manifesti
al mattino, al momento del risveglio, è un dato notissimo
alla clinica.
Tuttavia per quanto questa riflessione abbia preso le mosse dagli
elementi del dipinto più facilmente e immediatamente identificabili,
lo stesso alcuni suggerimenti, per così dire, meno diretti,
non potevano esser lasciati cadere: primi fra tutti quelli contenuti
nel titolo dell’opera “Pelle di luna”.
La luna e il filo di luna rappresentano una costante nel lavoro
di Giulio Greco pur assumendo, di volta in volta, significati anche
profondamente diversi. Più in generale li conosciamo come
punto di riferimento imprescindibile ed ancora di salvezza. In quest’opera
si sono trasformati in un chiarore tuttavvolgente. Si offrono così
ora alla riflessione gli aspetti relazionali del dolore mentale
e della paralisi del pensiero rappresentati nel dipinto. Se infatti
il pensare non è qualcosa di inerente all’apparato
psichico, che sboccia come un fiore, ma qualcosa che deve essere
appreso e insegnato, allora l’angoscia rappresentata non è
tanto da riferirsi alla perdita, all’assenza dell’oggetto
significativo, che anzi è proprio quella che promuove il
pensiero, quanto ad una comunicazione confondente. I fili di luna
hanno perso la loro lucentezza, non sono più individuabili,
e si sono trasformati in una matassa inestricabile.
È venuto meno lo scambio fra l’autore ed il suo oggetto;
tutto si esaurisce in una iperstimolazione indiscriminata.
Il Sé ed il non-Sé non sono più distinguibili:
si è formata una pelle comune, doppia, appiccicosa, paralizzante.
Ma ecco che la tematica della pelle apre a sua volta uno scenario
nuovo che ci obbliga ad ulteriori valutazioni e ripensamenti. Abbiamo
ora la sensazione che anche i fili del nostro discorso si stiano
intricando e ammassando tanto da non consentirci più un movimento
di pensiero libero e di respiro. Stiamo di nuovo provando quella
sensazione di confusione e incertezza iniziali dalle quali eravamo
faticosamente usciti e che l’opera, nel suo significato più
vero e profondo, intendeva dunque rappresentare.
Il continuo alternarsi di stati mentali improntati a confusione
e a certezze che caratterizzano il nostro rapporto col dipinto sono
anche il nostro presupposto per conoscerlo. Così il soggetto
mentre conosce l’oggetto, conosce il fondamento soggettivo
del conoscere. Senza prendere posizione a favore di un’ermeneutica
obiettivistica o di altre di matrice heideggeriana, che esulano
dal mio compito e dalla mia competenza, lo stesso ho pensato di
dover segnalare questa problematica perché mi è sembrato
che ad un certo punto emergesse con forza e suggestione.
Alla fine l’invito è che altri, si presentino di fronte
al dipinto con disponibilità, ed aggrappandosi ad uno dei
tanti fili di luna, sempre numerosissimi in tutte le opere di Giulio
Greco, si lascino andare liberamente nello spazio della propria
immaginazione: incontreranno così significati sempre nuovi
e impensabili.
Mauro
Ricci
Una
riflessione sull'opera "Pelle di Luna" di Giulio Greco,
Marzo 2000
PINDARICA
Ho
richiamato più volte l'attenzione sulle tante sollecitazioni
e sui molti percorsi interpretativi che ci vengono suggeriti dalle
opere di Giulio Greco, del resto cifra di ogni artista. "Pindarica"
è l'ultima raccolta di lavori nella quale si possono facilmente
rintracciare gli elementi di continuità con le sue proposte
precedenti, anche se più di altri momenti ha le caratteristiche
del racconto e del ricordo: non coglie tanto l'ansia del momento
quanto la fatica del percorso.
Ma quale percorso Giulio Greco intende raccontarci, e perché
ritiene ci possa interessare?
E' opportuno a proposito, richiamare come "Pindarica"
segua precenti raccolte "Attraversamenti"(1998), e "De-gener-a-zione
dell'attraversamento"(1999) i cui titoli sintetizzzano i passagi
fondamentali e le inevitabili implicazioni di questa esperienza.
Giulio Greco sta parlando della fatica di crescere, di maturare,
della conquista della propria indipendenza, dello smarrimento, della
destrutturazione di ogni identità precedentemente acquisita,
della perdita di ogni sicurezza, dell'angoscia di saltare nel vuoto,
richiesti da ogni effettivo cambiamento, il prezzo di ogni"attraversamento".
Ed ecco allora i temi della solitudine, della lontananza, del silenzio,
ed ecco di nuovo il filo, la luna, la barca, ed ancora tutti quegli
espedienti cui Giulio Greco ha fatto ricorso e che puntualmente
ci ripropone per comunicarci l'ebbrezza panica dell'impresa. Alzarsi,
camminare e poi volare. Sì, anche volare è per Giulio
Greco una tappa di questo percorso, almeno di quello che è
stato il suo percorso. Un'aspirazione grandiosa e folle, la più
ambita e temuta, irriverente e derealizzante, assurda ed eccitante,
ammirata e derisa: la sfida che l'uomo porta ai limiti della sua
natura e si misura con Dio. Ma la vita dell'uomo, dice Giulio Greco,
il suo senso più profondo e qualificante, ciò che
alla fine la caratterizza e la contraddistingue da tutto e da tutti
sta proprio in questo. Sicchè volare è più
di una tappa: è il criterio che ci fa giudicare sulla compiutezza
del nostro tragitto, sull'autenticità della nostra vita di
uomini. Dunque sciogliere i fili che impediscono di spiccare il
volo , espellere gli organi, troppo pesanti, e sostituirli con i
desideri, le aspirazioni, gli scopi, i valori:solo questi assicurano
una vita vera all'uomo, solo questi gli consentono lo spuntare delle
ali e di prepararsi al confronto. L'adulto ricorda la sua metamorfosi
lasciandoci pieni di stupori e ammirazione; ma è il bambino
che racconta e lo fa col suo linguaggio. Così la storia tende
a farsi fiaba, la fiaba sa essere più dura e concreta di
ogni storia. In questo la magia delle opere di Giulio Greco.
Mauro
Ricci
Per Pindarica, primavera 2002
|