La
Chiara via di Francesco
Si deve a Giovanni Testori, il grande studioso dell’arte in
terra lombarda, poi prematuramente scomparso, la scoperta critica
di Giulio Greco, artista del Sud, immerso nell’antropologia
del Cilento.
È stato lui, l’appassionato cultore del realismo povero
e splendente del Pitocchetto, a mettere a fuoco la potenza espressiva
che s’irradia dalle opere, anch’esse povere e splendenti,
di Greco. Con l’avvertenza che si tratta di un’avventura
a rischio, sospesa sul baratro della vertigine che incombe sull’esistenza.
“Il rischio – avvertiva Testori nel testo di presentazione
alla mostra svoltasi circa tre anni fa nel castello di Sartirana,
in Lombardia – ma anche la sottilissima magia di Greco stanno
proprio nella levità d’amicale compagno, o fratello di
viaggio e di ventura e , insieme, nella petrosa durezza con cui i
suoi “dipintioggetti” si lamentano e si straziano, proprio
adesso, proprio nel presente, circa il sepolto passato; e, così
facendo, scoperchiamo le bare del tempo.
Partendo dalla sua terra, il Cilento, ad esssa sembrano quasi arrestarsi,
in verità, riconoscendo, via via l’intercambiabilità,
profonda e primigenia, d’ogni “segno” rituale, costruiscono,
per noi, gli stendardi, le bandiere, i sandolini in cui l’antico,
anzi antichissimo coacervo dei riti balugina nell’oggi e giunge,
non solo a farsi percepire, ma a rivelarci, sotto i tumuli delle stagioni
e della storia, i suoi sensi e i suoi significati”.
La forza eversiva esplosa dalla rivolta del “povero di Assisi”
si ribalta, alla luce di Chiara, in una visione sospesa sul presente.
La storia linguistica, tessuta da Greco nel corso di una silenziosa
lettura degli eventi artistici più sottili e raffinati, approda
qui a esiti di limpida tensione formale. Il materiale che accoglie
l’immagine è, naturalmente, povero e nudo: con la trama
che scopre i suoi fili, con i margini che scompaiono nel muro. Qui,
davvero, c’è il nucleo più segreto di Greco. “È
un percorso, il suo – come ha rilevato Flaminio Gualdoni –
che nasce da un intendimento primigenio della pratica pittorica, del
fare come processo impregnato d’un senso oscuramente magico
e rituale.
Le sue antiche immagini, concussioni dello strato segreto del mondo
attraverso le sue forme materiali, dichiaravano un’attitudine
antropologica, addirittura una sorta di sapienzialità sorgiva”.
Si torna, così, alle origini del lavoro di Greco, alla sua
capacità di ricreare, con strumenti del linguaggio moderno,
le strutture primarie del mondo: come i frammenti della realtà
di natura, come i reperti di un ideale “saio francescano”.
Si può tornare, allora, alle parole di Testori: “Noi
le guardiamo, queste “tele”; ne restiamo presi e affascinati.
Poi, la mano vorrebbe passarvi e ripassarvi sopra; forse desiderando
che i segni, di cui sono ripiene, scaldino e vitalizzino di sé
anche il nostro vivere d’oggi; un vivere amaro, disperato e,
per ciò che riguarda la “religio”, ciecamente strozzato
e muto”. Ma le opere di Greco, povere e, insieme, splendenti,
parlano la lingua della durata poetica.
Gianni
Cavazzini
La Chiara via di Francesco, 1996
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